All'associazione è stato conferito il secondo premio nazionale per la gestione dello spazio pubblico, nell'ambito della Biennale Spazio Pubblico 2013

26/06/09

Il PROGETTO DELL’ARCHITETTO FILIPPINI. A cura di Silvia Cavazzoli (testo di un’intervista all’autore con alcune integrazioni esplicative)


Alla fine degli anni Sessanta l’Amministrazione comunale ha realizzato un risanamento generale della zona del Guasto, affidandolo all’architetto Rino Filippini che ha raccontato il clima di quegli anni e gli obiettivi del suo progetto sia nel corso di una conversazione pubblica nel 2002 che di un’intervista rilasciata a Silvia Cavazzoli.

Va riconosciuto alla parte politica che ha governato in quegli anni la città di aver dato un’impronta avveniristica a tutti i suoi progetti. Un’amministrazione molto aperta a cui, purtroppo, ne sono succedute altre sempre più piattamente conformiste. Ripeto, fu un momento molto felice della gestione pubblica di cui ora possiamo solo misurare la grandezza.
Allora lavoravo al piano collinare come professionista esterno, perché il Comune, non avendo soldi per nuove assunzioni, aveva un manipolo di giovani architetti cui furono affidati vari piani regolatori dei comuni dell’hinterland, il piano della Collina, il piano del centro storico eccetera.
Ricordo che l’Assessore responsabile all’urbanistica era Armando Sarti.
Io ero in forza al PIC (piano intercomunale) e contemporaneamente lavoravo al piano regolatore della collina; venne fuori che c’era quest’area degradata che si voleva risanare, così Armando mi disse “Dai Rino, occupati tu di questa cosa, facciamoci un bel giardino!” Allora io risposi “Dobbiamo fare un giardino diverso, particolare”.
Feci un sopralluogo. Sul posto trovai una banda composta da una trentina di bambini scatenati che stazionavano in Largo Respighi, usando l’area del Guasto come rifugio segreto (l’area era ufficialmente preclusa essendo cintata).
Chiesi a Sarti di poterci riflettere. Ne parlai anche con alcuni amici psicologi, poiché in quel periodo ero molto interessato alla psicologia applicata all’architettura, pensando di poter elaborare in tal senso le teorie di Jung sull’inconscio.
Così vidi il giardino come un’occasione per studiare le reazioni dei bambini a forme desunte dalla natura, promotrici di suggestioni archetipiche, e al tipo di comportamenti e gioco che ne potevano scaturire. Tra parentesi allora ero impegnato a progettare giardini, ma con il Settore del verde (Parco Cavajoni, Parco Paderno, Parco dei Cedri, etc.).
Quando partii con il progetto, il Guasto era un cumulo molto più alto di quanto non sia ora.
Si era formato come deposito di parte delle rovine della domus aurea dei Bentivoglio (distrutta a furor di popolo nei primi anni del Cinquecento) ed era cresciuto nei secoli come discarica cittadina. Alla fine dell’Ottocento fu delimitato con mura di selenite; durante l’ultima guerra vi fu ricavato un rifugio di cui restano testimonianza gli attuali sotterranei.
Il materiale prelevato per fare il rifugio fu riportato sopra l’area. Quando iniziarono i lavori del giardino venivano spesso cercatori che, setacciando la terra, trovavano frammenti di ceramica di vari periodi (dal Cinquecento all’Ottocento). Quelli da noi trovati nel corso dei lavori furono consegnati al Museo Archeologico.
L’area terminava quasi con una cresta (risultato dei riporti bellici) e quindi la superficie piana della parte superiore era piccolissima. La prima idea fu quella di abbassare, tagliando questa cresta, per aumentare la superficie del futuro giardino che sarebbe comunque rimasta molto esigua.
Non si voleva in alcun modo snaturarne il carattere morfologico che era e si presentava all’esterno come un’emergenza formale particolare e anomala. C’erano le premesse per creare un giardino pensile.
Un giardino di circa tremila metri quadrati compreso quel po’ di verde che insisteva sulle scarpate e andava rispettato dal progetto. Qui c’era una vegetazione spontanea che, con l’esclusione di due ippocastani che furono mantenuti, era di nessun pregio e molto degradata. Si trattava praticamente solo di acacie e brussonezie. Le alberature furono mantenute solo sui bordi laterali.
Il giardino “in piano” risultava così piccolo che, trenta o quaranta bambini al giorno, lo avrebbero distrutto in breve tempo. Una qualsiasi parvenza di prato non solo sarebbe stata fisicamente inesistente, psicologicamente ininfluente, ma soprattutto non mantenibile. Ecco allora la scelta e l’esigenza di cementificare, ma in modo particolare.
Era, sotto tanti punti di vista, un po’ una sfida. Come avrebbero reagito i maggiori fruitori, i bambini? Era lecito immetterli in un mondo cristallizzato? Quale doveva essere questo mondo? Poteva essere fruito anche dagli adulti?
Allora le famiglie del vicinato mandavano i propri bambini a giocare su Largo Respighi e parte di loro si avventurava pericolosamente sul Guasto. Il posto era loro e quindi vissero l’inizio dei lavori come un esproprio.
Il cantiere era ovviamente molto pericoloso e siccome non perdevano l’occasione per riappropriarsene ero molto preoccupato e non sapevo come tenerli a bada.
Un giorno riuscii a bloccarne due mentre tutti gli altri erano scappati, uno era già grandicello, avrà avuto sette, otto anni, l’altro un po’ meno, forse erano fratelli. “Fermatevi bambini, ho bisogno di parlarvi”. Proposi un piano di pace: potevano giocare solo nelle zone che via via gli avrei indicato.
Noi man mano che finiamo le cose ve le liberiamo, ma non venite dove stiamo lavorando, dove c’è pericolo”. Osservare le reazioni dei bambini mi era molto utile, spesso capivo cosa serviva.
Così apportai, in corso d’opera, molte modifiche al progetto originale. Man mano che procedevano i lavori i nostri piccoli compagni si appropriavano delle zone ultimate.
Ricordo di aver avuto, dalle loro reazioni, suggerimenti precisi su come plasmare quelle forme che io chiamo le vertebre, la parte contrapposta alla forma mistilinea del grande serpente, simboli l’uno della vita e l’altro della morte, dell’inizio e della conclusione del mondo formale del Guasto.
Una sorta di grande animale, occasione per intessere giochi, movimenti, esperienze sempre molto varie e dinamiche.
Come ho detto, il Guasto si presentava come un’emergenza e la necessità progettuale era valorizzare e sfruttare al massimo tale aspetto, di per sé condizione estremamente stimolante.
In definitiva si avevano due zone; una piana che era Largo Respighi, di fianco al Comunale, percorsa dalle auto e l’altra, quella elevata, preclusa e in completo abbandono. L’idea fu di unirle, attribuendo loro aspetti e funzioni diverse.
La parte piana era più idonea alla sosta e al riposo (anziani), l’altra al gioco e al movimento. Per raccordarle, alle scale si preferì costruire una rampa perché richiama istintivamente forme naturali (pendio, scarpata, frana, etc.).
Il cumulo del Guasto si presentava come un’area molto ridotta. Si è pensato di creare la scarpata di raccordo con il materiale che si andava a togliere da sopra, materiale storico che veniva così riutilizzato, rimaneva in situ; possono sembrare cose insignificanti, ma questo materiale non è migrato, e ciò che ora appare è fatto con quello che la storia ha sedimentato, è importante anche questo. A volte le suggestioni sono valide nella misura in cui sono “sostanziate”.
Si è collegata la parte bassa in piano con la parte emergente, la rampa è l’introduzione al mondo formale ed emotivo della parte superiore rivolta soprattutto al mondo infantile.
Parlando con alcuni psicologi, operatori del Comune, venne fuori l’idea di farlo diventare un campo sperimentale per misurare proprio le reazioni dei bambini a un certo mondo formale, per analizzare i loro comportamenti nelle sequenze dei giochi e le relazioni di questi tra loro a seconda delle specifiche situazioni spaziali vissute. Era un tema talmente bello che mi buttai su questo filone. All’epoca c’era un grosso fermento diciamo europeo, mondiale, su come i nostri bambini potevano e dovevano essere stimolati nella città da specifiche forme.
Le idee in proposito traevano origine dalle proposte della fine dell’Ottocento (kinderhaus, Montessori, etc.) sino a giungere ai giardini robinsoniani che io considero essere ancora la risposta più valida al problema. Purtroppo nel nostro caso, per ragioni di spazio già menzionate, non era possibile costruire un parco robinsoniano.
Dovevo cercare dei principi informatori che consentissero un mondo formale capace di suscitare le stesse reazioni. Il fondamento e il riferimento rimaneva la natura; da questa, lavorando su materiali astratti e artificiali, si doveva giungere a infondere tutte le suggestioni e gli aspetti del suo evolversi.
La natura nasce e muore in continuazione, le forme nascono e muoiono con tempi diversi, dove i tempi geologici sono molto più lunghi di quelli biologici, ma il principio è lo stesso. Quando una montagna degrada ne rimane prima lo scheletro poi i suoi relitti sedimentari.
Questo ciclo infinito cui apparteniamo e di cui inconsciamente percepiamo l’evolversi è stato descritto e sintetizzato in poco spazio nello sviluppo tematico di tutti gli elementi che costituiscono il Guasto.
Il percorso spaziale e temporale, a partire da Largo Respighi, trova temi formali che via via si sviluppano, si trasformano, con modalità e tempi molto simili a quelli di una composizione musicale.
Su quest’idea è nata la matrice formale del giardino, che però non poteva prescindere dal contesto urbanistico circostante. Il giardino doveva anche trovare un giusto inserimento. Per esempio la vista su via del Guasto presenta un prospetto molto frastagliato, all’epoca ancor più evidente. A questo si è contrapposto sul giardino un muro mistilineo a profilo variabile, un corpo vitale, mosso, che ricorda un serpente e serve a estraniare questa visione, allontanandola definitivamente.
Sull’altro vicolo c’era e c’è, invece, un edificio abbastanza omogeneo, percepibile come un pieno, cui ho contrapposto una struttura permeabile costituita da “vertebre”. Non c’è più l’animale, ma il suo scheletro, che ovviamente serve per giocarci passandoci sotto, camminarci sopra, nascondersi etc., elementi in contrapposizione dialettica e metaforica.
La parte absidale del teatro Comunale con la sua mole incombeva su tutta l’area e lo spazio del giardino risultava succube di questa massa. Il grande arco appare, in questo contesto, particolarmente significativo e come tale è stato assunto come matrice formale e ricorrente di tutta l’opera.
Nella composizione ho introdotto planimetricamente e altimetricamente andamenti mistilinei cercando di esprimere significati, valenze ed evidenze materiche sempre diverse evitando il più possibile mymesis della natura che risulterebbero banali.
Gli elementi in cemento, disposti parallelamente tra loro alla fine del giardino verso via Belle Arti, devono rappresentare, nel complesso gioco delle immedesimazioni, ora rocce schematizzate (montagne), ora rifugi, schermi, passaggi. La loro disposizione diagonale e la loro ascensione inclinata, vanno a creare un punto di fuga all’infinito che neutralizza completamente l’incombenza della mole del teatro.
Le parti inferiori concave dovevano essere completate con una struttura in legno e acciaio che, per problemi economici, non venne realizzata.
Volutamente nulla è costruito con riferimenti e parametri di simmetria al contesto perché si sarebbe arrivati a una parametrazione e a un confronto diretto che avrebbe portato il giardino alla sua scala naturale facendolo sembrare ancora più piccolo.
Giocando invece tutto sulle diagonali, sulle forme sfuggenti e con gli artifici già descritti, si è riusciti a dare al giardino una realtà e una dimensione interna assolutamente originali e amplificate.
Questi sono stati gli elementi di impostazione generale, poi ovviamente sono le forme singole a creare le situazioni. Dato che tutto è impostato sulle reazioni che uno o più bambini possono avere, di volta in volta, a seconda delle ore, della luce, delle stagioni, dello stato d’animo, e di come affrontano un gioco, di quello che hanno voglia di fare in quel posto e in quel momento, questi processi sono solo possibili nella misura in cui si riesce a stimolare la fantasia in modo libero, senza alcun condizionamento. Ecco perché non c’è mai una mymesis precisa che frenerebbe la fantasia. Lo stimolo invece è un pungolo da cui possono partire una, cento cose diverse a seconda della personalità del fruitore e del contesto. Le forme devono interagire e suggerire cose potenzialmente sempre diverse. Importanti sono i riferimenti ai miti ancestrali: il serpente, l’acqua, la bocca, la voragine, etc. L’acqua scorre, non è contenuta, viene inghiottita, c’è un fluire, panta rei.
Questa scelta di continuità, che non so se sono riuscito a trasmettere, è molto importante. Il bambino queste cose inconsciamente le percepisce in quanto terreno vergine.
Ci sono suggestioni, esperienze tattili, fisiche, che come animale-uomo ritenevo andassero preservate e trasmesse al bambino.
La rampa d’ingresso su Largo Respighi aveva due sentieri divisi da un’aiuola ricoperta da una fitta vegetazione (ora persa per il degrado), aiuola che serviva a mediare situazioni di approccio diverse. Ora invece vi è un contatto completamente falsato da una visione diretta, immediata dei due aspetti antagonisti del giardino, quello del serpente e quello dello scheletro. Prima invece ci si imbatteva in questi due mondi come prologo e conclusione (indifferentemente) dello sviluppo tematico di tutta l’opera con il suo divenire spazio-temporale ed emozionale.
Tutto il Guasto è stato progettato con una ricerca sui miti per ricavarne elementi che potessero diventare forme. Ecco, l’ancestrale deve affiorare. Inoltre, mentre progettavo, ho avuto varie suggestioni musicali. Una, per tutte, fondamentale è “La sagra della primavera”.
Ci siamo molto divertiti ad osservare il comportamento dei bambini, forse perché non abituati a queste forme sembravano particolarmente eccitati e si capiva che lo vivevano come un’esperienza assolutamente nuova e totalizzante. E’ stato un vero peccato non portare avanti l’esperimento del monitoraggio delle loro reazioni.
Il Guasto è stato progettato nel ’69/’70 come campo giochi sperimentale per i bambini; i lavori, cominciati nel ’73, sono durati due anni. Inaugurato nel ’75 fece giocare quei bambini sino all’apparire della contestazione studentesca, quando il giardino divenne una base strategica del movimento. Lo Russo è stato ammazzato nel marzo del 1977. Credo che, da quel momento, il Guasto sia morto.
Il giardino fu accolto allora con una violenta polemica. Da una parte i conservatori che lo chiamarono “Il guasto del giardino del Guasto”, dall’altra i giovani che apparivano entusiasti, non so se colpiti più dalla novità dalla sostanza della novità.
Ricordo sempre con molto piacere una lettera aperta della direttrice del Verde di Stoccolma al Resto del Carlino, dopo un articolo feroce che mi aveva fatto pelo e contropelo. Lei era architetto, e si trovava a Bologna per un master; non l’ ho mai conosciuta personalmente, ma raccontò che andava al Guasto con la sua bambina di quattro anni. Scrisse: “Ho progettato vari giardini, parchi giochi e centri robinsoniani1 e non avevo mai visto mia figlia così scatenata nel gioco”. Praticamente la difesa di ufficio me la fece una straniera che non ho mai conosciuto.
Ma al di là di questo, sono convinto che, come c’era allora, ci sia ancora bisogno di fare parchi di un certo tipo.
Il problema all’interno dei centri storici di piccole aree attrezzate rivolte ai bambini, che risultino particolarmente stimolanti e accoglienti, è tuttora aperto. Quello del Guasto rimane un esperimento interrotto che varrebbe la pena di riprendere. Quello che rimpiango è che questo progetto non abbia avuto un seguito generando nuove proposte nella cultura specifica di questo tipo di giardino.
Sicuramente all’amministrazione esplose tra le mani una cosa che non si aspettava, ma si trattava di un’opera che coincideva con le ambizioni di una ricerca che in quel momento coinvolgeva tutta la città. L’Assessore Sarti passò poi dall’Urbanistica al Bilancio e gli subentrò Pierluigi Cervellati, amico con cui avevo fatto l’università e all’epoca difese strenuamente il progetto.
L’opera fu realizzata dall’Impresa Frabboni scontando oneri di urbanizzazione dovuti all’amministrazione, per un ammontare complessivo che se rapportato ad oggi farebbe ridere.
L’impresa mi fornì un capo-cantiere giovane, molto bravo e particolarmente appassionato che riuscì a seguirmi aiutandomi a superare tutte le difficoltà insite nell’esecuzione.
Insieme a lui, due manovali e un carpentiere, i cui nomi ho voluto impressi in un manufatto del giardino, riuscimmo a completare la fatica in due anni.
Credo che l’amministrazione comunale di allora abbia dimostrato molto coraggio anche in questa circostanza, le altre furono i piani avveniristici del centro storico e della collina. Non era facile proporre cose di questo tipo nel contesto socio-culturale di allora.
Sarti era un ragioniere, un ragioniere che quando ha fatto l’urbanista ha lasciato un segno indelebile che ancora dà lustro alla città di Bologna.
La fantasia e una dose di utopia sono alla base di ogni tipo di rivoluzione, anche culturale.
In questo senso ci mancano molto i rivoluzionari.

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